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Le più belle feste patronali raccontate per vivere un'esperienza di viaggio indimenticabile.

Scegli il tuo itinerario e lasciati deliziare dai prodotti dell'enogastronomia pugliese: la Puglia che non hai mai visto ti aspetta!

I COMUNI DEL MESE  

I comuni

2022-07-26

CHIEUTI

Situato su una rigogliosa collina, a circa 8 km dal mare, Chieuti è considerato la "Porta della Puglia" ed è circondato da panorami mozzafiato: il promontorio del Gargano, con visuale sul lago di Lesina, che sovrasta la vista ad Est, mentre a ovest predomina un’ampia veduta sul basso Molise, in particolare Termoli e il suo porto.   Sullo sfondo, sovrasta la Maiella, e nelle giornate prive di foschia è visibile persino il massiccio del Gran Sasso, che regalano nei pomeriggi estivi suggestivi tramonti. Chiude la cornice del meraviglioso panorama la presenza delle isole Tremiti, che si affacciano di fronte al litorale della Marina di Chieuti in un mare cristallino che più volte si è visto assegnare ambiti riconoscimenti, come la Bandiera Blu e le quattro vele Legambiente e che si estende su un litorale sabbioso dalle acque cristalline con le Isole Tremiti e il Gargano a fare da sfondo ad un paesaggio mozzafiato.     {IMAGE_2}{IMAGE_3} Dopo essere stata distrutta dai Goti nel 495 d.C.,  tra il 1460 e il 1470 si insediò stabilmente sul territorio una comunità albanese, giunta al seguito del condottiero Giorgio Castriota Skanderbeg.   Di queste origini, Chieuti conserva ancora oggi testimonianza grazie alla presenza della lingua Arbereshe, tutt’ora parlata tra la popolazione. Negli ultimi anni, la comunità si sta attivando per la salvaguardia e la valorizzazione di questo retaggio, attraverso manifestazioni ed eventi, con canti in lingua e abiti tipici.   LA FESTA Caratteristica di Chieuti è senza dubbio la festività in onore del Santo Patrono, San Giorgio Martire, con la Carrese del 22 Aprile, singolare corsa con protagonisti quattro carri in legno, trainati ognuno da una coppia di buoi, che con l’aiuto dei cavalli percorrono un tragitto di circa 4 km che dalle campagne li conduce fino alla chiesa situata nel centro storico del paese.   Il premio per il carro vincitore sarà portare in spalla il simulacro del Santo durante la processione del 23 aprile, indossando un copricapo rosso con il fiocco del colore della propria contrada: in questa occasione sfila anche il Tarallo, una forma di pasta di caviocavallo di circa 80 kg, che dopo essere stata benedetta viene suddivisa e  distribuita all’intera popolazione.      Da visitare: il Museo della cultura ed identità Arbereshe, a cui si aggiunge il Museo della Migrazione Chieutina, e  la chiesa cattolica San Giorgio Martire, costruita nel XVII secolo in onore di Skanderbeg. La chiesa conserva al suo interno una tela raffigurante San Giorgio e il drago, ascrivibile al maestro Alessio D'Elia,  databile intorno al 1740. Nell'edificio sacro fanno da pendant al San Giorgio e il drago una tela raffigurante la Madonna del Carmine che dona lo scapolare alle anime del purgatorio, anch'essa ascrivibile alla produzione del D’Elia, e un manufatto raffigurante la Madonna col Bambino, ascrivibile alle opere di Paolo Saverio di Zinno (1718-1781), scultore molisano molto attivo in Capitanata.     Foto di: Gaetano Armenio e Pasquale Aurelio     

I comuni

2022-06-21

DISO

...è un tranquillo paese nella Provincia di Lecce adagiato in una pianura verdeggiante, molto ricco di acque sorgive e potabili. Ha case basse e pulite dai caratteristici colori pastello mediterranei tra i quali domina il bianco della calce. Larghe vie la percorrono in lungo ed in largo alternandosi ad ampie piazze sulla principale delle quali si eleva maestosa la settecentesca Chiesa Parrocchiale.   Il terreno viene coltivato principalmente a frumento, olivi e tabacco, ma quasi tutte le principali colture mediterranee sono presenti: dagli agrumi ai vigneti, dal corbezzolo al mirto e dal carrubo al giuggiolo. Il clima è mite, anche se specialmente nei mesi invernali quando spira lo scirocco, data la vicinanza al mare, è molto umido; la temperatura media si aggira intorno ai 20 gradi, ma negli ultimi anni fenomeni una volta ritenuti eccezionali quali la neve in inverno e temperature vicine ai 40° in estate sono ormai divenuti consueti.   E' situata a 98 metri sul livello del mare, dal quale in linea d'aria dista meno di un chilometro. Un tempo situata sull'unica importante arteria che collegava l'estremo Capo di Leuca a Lecce capoluogo di provincia, Diso per molti anni oltre ad essere centro obbligatorio di passaggio per l'ingente flusso di traffico e commercio da nord a sud della provincia e viceversa, è stata anche unico crocevia per poter raggiungere rinomate località turistiche della costa, quali Castro e Santa Cesarea Terme.   Molte e diametralmente opposte, in mancanza di storica documentazione, risultano essere le ipotesi sulle origini sia del paese che del suo nome. Si passa, così, da alcune romantiche asserzioni, secondo le quali Diso fu fondata subito dopo la distruzione di Troia, ad altre, non meno romantiche, ma forse più accreditate, secondo le quali l'odierna Diso esisteva già dopo l'anno mille sotto il nome di Disìo, cioè desiderio di abitarci. Questo piccolo insediamento divenne, in breve tempo, infatti, un vero e proprio villaggio, grazie soprattutto all'arrivo di tantissimi scampati alle invasioni turche, imperversanti lungo la costa salentina tra il XV ed il XVI secolo, che in questo luogo trovarono asilo e rifugio.       LA FESTA   I Festeggiamenti in onore dei Santi Filippo e Giacomo, indubbiamente tra i più solenni dell'intera Regione, fanno parte, ormai a buon titolo, della storia, della tradizione, dell'arte e più in generale della cultura della comunità disina che, in occasione di tali festeggiamenti, si riscopre unita, compatta e quasi stregata dalle sensazioni che questo momento, unico nel corso dell'anno, suscita.    Dal 1 al 3 maggio i cocktail di concerti bandistici, fuochi pirotecnici, e apparato di luminarie danno vita a uno scenario quasi surreale che incornicia la ridente cittadina in un intreccio di suoni e colori che quasi la trasformano in un grande palcoscenico, magistralmente approntato dal lavoro annuale di un gruppo di poche persone, costituite in un comitato ad hoc, che con grande attenzione, dedizione e devozione lavorano affinchè il tutto si svolga per il verso giusto. Diso, nei giorni di festa, diventa cosi un palcoscenico che ogni anno attira un grande numero di appassionati di luminarie e fuochi pirotecnici provenienti, non solo dai paesi limitrofi, ma anche da fuori regione.    Inoltre, la festa patronale costituisce un appuntamento fisso per i tanti disini che, trasferitisi fuori per motivi di lavoro o di studio, cercano in tutti i modi di essere presenti a testimoniare l'attaccamento e la forte devozione nei confronti dei Santi Patroni.    Da sempre, la comunità di Diso coltiva la sua venerazione verso i Santi Filippo e Giacomo e, forte dell'intensa religiosità che scorre nell'anima di ogni cittadino, cerca in ogni modo di rendere la Festa Patronale sempre più interessante e maestosa, al fine di divulgare la fede verso i suoi santi Patroni.  

I comuni

2022-06-21

SAN SEVERO

...popoloso centro dell'Alto Tavoliere, San Severo (Fg) è una città che, come poche altre, è stata plasmata dagli eventi che si sono susseguiti nella sua millenaria storia, che ne hanno determinato le forme architettoniche del centro urbano e hanno contribuito a forgiare un'indissolubile identità collettiva, in cui si riconoscono tutti i sanseveresi. La storia di questa città, più che sui libri, si può studiare percorrendo senza una meta il centro storico tra i tortuosi vicoli, in cui il volto delle chiese, dei palazzi e dei conventi, tutti di un sobrio, particolare barocco, riportano alla memoria gli uomini, le idee e gli avvenimenti, questi ultimi, tutti di particolari conseguenze, che ne hanno segnato lo sviluppo futuro.    Fatta eccezione per la facciata sud della chiesa di San Severino, ornata da un rosone, la città non ha strutture medievali, perchè il 30 luglio 1627, era un venerdì, un terremoto catastrofico, che coinvolse tutta la Capitanata, distrusse quasi completamente la città. La vita dell'industriosa cittadina, che allora contava circa diciassettemila abitanti, scorse più o meno tranquilla fino al fatidico 25 febbraio 1799, l'anno della Repubblica Partenopea, quando le truppe francesi del generale Duhesme per espugnare San Severo, roccaforte sanfedista, ma anche nodo stradale di particolare interesse per gli spostamenti delle truppe napoleoniche, invasero la città, mettendola a sacco. La rivolta della città contro le truppe francesi fu, comunque, il riproporsi di antiche lotte sociali per i demani e gli usi civici, ma fu anche il segnale di una prima presa di coscienza del diritto alla libertà e all'indipendenza che costituirono la linea guida nelle lotte risorgimentali, a cui San Severo ha dato il suo importante contributo. Basti ricordare per tutti le nobili figure di don Paolo Venusi e di Vincenzo Cavalli.   Con l'Unità d'Italia nel Mezzogiorno San Severo fu una città prostrata dalle devastazioni delle sue campagne, dall'uccisione del bestiame e dagli incendi delle masserie. Proprio in quei mesi dell'estate del 1865 sorse a San Severo la Società Operaia di Mutuo Soccorso, la prima, seria organizzazione degli operai della Capitanata, che, grazie agli uomini che la fondarono, tra cui va segnalato il segretario Vincenzo Gervasio, fu di grande aiuto alla città nella difficile opera di ripresa. Nel “secolo breve”, il Novecento, la storia di San Severo non si discosta da quella di tante altre città del Paese. Anche San Severo ha i suoi luoghi della memoria, nessuno eclatante, ma tutti carichi di storia e fondamentali per la comunità cittadina. LA FESTA  Nel 1856, il Consiglio comunale di San Severo deliberò di avanzare supplica al Sommo Pontefice affinchè dichiarasse la Madonna del Soccorso “Patrona della Città”. Con bolla pontificia del 10 settembre 1857, il Papa esaudì le attese dei sanseveresi. La prima grande processione si svolse nel 1852.  Benchè i festeggiamenti celebrati nel 1852 furono grandiosi, risulterebbe affatto squilibrato un loro confronto con quelli che si svolsero nel 1858, che suggellarono la gioia dei sanseveresi per l'avvenuta proclamazione della Madonna del Soccorso a loro celeste Patrona.   Il 22 febbraio 1937, il cardinale Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, comunicava al vescovo diocesano, mons. Oronzo Durante, che era stata concessa la facoltà di cingere il capo dell'effigie della Madonna del Soccorso con corone d'oro. L'8 maggio dello stesso anno, il simulacro della Tuttasanta venne posta su di un palco preparato in piazza Zuppetta (oggi piazza dell'Incoronazione).  Le facevano ala oltre 33 statue di Santi, tra cui quelle dei Santi patroni dei paesi appartenenti alla diocesi sanseverese. La domenica successiva, il 16 di maggio, si snodò una nuova solenne processione che raggiunse piazza Zuppetta, dove venne nuovamente posto sul predetto palco il venerato simulacro: mons. Durante, dopo averle benedette, depose sui capi della Madonna e del suo Bambino le corone d'oro, tempestate di pietre preziose.  Fu quella ora ricordata un festa grandiosa, difficile da raccontare per la sua complessità, ma in sintesi può dirsi che essa è certamente da ritenersi la manifestazione più bella e partecipata che si ricordi: dall'8 al 17 maggio bellissime luminarie rallegrarono le principali vie della città; si accesero in continuazione fuochi pirotecnici; suonarono per le strade o su orchestre sparse per l'abitato numerose bande musicali; si celebrarono splendide e solenni funzioni religiose.  Il 9 maggio 1943, mons. Francesco Orlando consacrò San Severo, assieme alla sua diocesi, alla Madonna del Soccorso. Da quel fatidico anno 1852 in poi, le feste in onore della Vergine del Soccorso sono state sempre grandiose, tali da attirare tantissimi forestieri e sanseveresi risiedenti in altri paesi o nazioni. Fino a qualche decennio fa, al sabato che precede la processione solenne, la statua della Madonna e quelle dei compatroni, San Severo e San Severino, venivano scese dall'addobbo loro preparato in cattedrale e poste sulle rispettive piramidi processionali.  Prima che si celebrassero il “pontificale” ed i vespri, giungevano da tutte le chiese della città in detta cattedrale da trenta a trentatre statue di Santi, che avrebbero partecipato il giorno successivo alla processione. I sanseveresi si recavano allora in chiesa per vedere “il Paradiso”, e davvero sembrava di stare in quel luogo di beatitudine attorniati da presenze celestiali.  Oggi la partecipazione degli anzidetti simulacri è notevolmente ridotta, riducendosi alle effigi dei Santi “patroni”, dei tre Arcangeli e dell'Angelo Custode, ma non è scemata, anzi, è andata vieppiù aumentando la magnificenza dei festeggiamenti: luminarie per gran parte della città; una quantità incredibile di spettacoli pirotecnici per cinque giorni (per tal motivo San Severo è detta anche “Città dei fuochi”); ricchi omaggi floreali alla Madonna, pomposi addobbi in chiesa, ecc.  

I comuni

2022-06-21

GROTTAGLIE

...appoggiata sul primo gradino murgiano degradante verso il Mar Piccolo, a 22 km da Taranto, si trova Grottaglie.   La città deve il suo nome alle numerose grotte, prevalentemente concentrate nelle gravine che solcano il suo territorio e abitate sin dalle epoche più remote. Ma fu soprattutto durante il medioevo che, in quelle cavità disseminate tra i burroni, trovarono rifugio le popolazioni in fuga dalle razzie barbariche.   Col tempo i primi gruppi umani trasferirono i loro villaggi sulle alture isolate: nacquero così i primi casali, tra cui il Cryptalearum, nucleo primigenio dell'attuale centro storico. Donato nell' XI secolo alla Mensa Arcivescovile Tarantina dai Normanni, il feudo sul finire del XIV secolo si dotò di mura, di castello e della chiesa principale. Difficoltà e crisi politiche portarono dal XV fino agli inizi del XIX secolo, a una difficile coabitazione di due giurisdizioni feudali: una vescovile e una laica, tant'è che, fino all'abolizione della feudalità, lotte di giurisdizione tra Arcivescovi di Taranto e feudatari laici e ripetute sollevazioni popolari, caratterizzarono il XVII secolo che conobbe anni di miseria e di difficoltà sotto la mal tollerata dominazione spagnola.   Il secolo successivo un clima di disorientamento politico generale ed il nascente fenomeno del brigantaggio accompagnarono la prima espansione urbana “fuori le mura”, fino al periodo unitario, a partire dal quale le vicende di Grottaglie si accomunano a quelle di molti centri simili nel Meridione d'Italia. Tra le attrattive di Grottaglie va citato il suo borgo antico, sede del famoso Quartiere delle Ceramiche (ubicato lungo la Gravina di San Giorgio), che si snoda con i suoi vicoli intorno al Castello Episcopio, oggi sede del Museo della Ceramica. Inoltre, merita una visita anche lo storico Istituto Statale d'Arte, istituito nel 1887, in cui è allestito il Museo Didattico delle Maioliche.   LA FESTA Nelle giornate del 30 e 31 Gennaio, nella Città delle ceramiche e delle uve si svolge la cosiddetta “Festa Grande”, la celebrazione religiosa e popolare in onore di San Ciro, medico, eremita e martire, Festa di San Ciro, Santo Patrono della città.   Nella giornata del 31 gennaio si svolgono tre solenni processioni penitenziali (a piedi scalzi), due delle quali per il trasporto della statua del Santo: dalla Chiesa di San Francesco da Paola alla Chiesa madre la domenica precedente, e, per il corso inverso, la domenica seguente il 31 gennaio.  Nel giorno dedicato al Santo Patrono, invece la processione più importante si snoda nel centro storico e per le vie centrali della città con accompagnamento musicale; la statua del Santo viene portata anche tra gli ammalati in ospedale, mentre i fedeli aspettano pregando in coro nella piazza sottostante.  Vengono inoltre approntate due enormi pire (foc're) fatte con sarmenti penitenziali di vite e fascine di ulivo; la più grande, nella Piazza dedicata al Santo, viene accesa la sera del 30 gennaio, ed il fuoco arde per tutta la notte; la seconda allestita in uno spazio: piazzale S. Elia, vicino al presidio ospedaliero,viene acceso la domenica successiva, dopo il rientro della statua nella sua abituale dimora.  Festeggiamenti molto significativi in onore del Santo Patrono si svolgono, anche, nella Chiesa Madre; di fondazione romanica e rimaneggiata nei secoli successivi, fu dotata nel 1379 della facciata, che su piazza Regina Margherita apre un portale romanico, un rosone e una cuspide dentellata abbellita da tre edicolette.  La benedizione e l'accensione della Pira il giorno 30 e la processione del simulacro del Santo il giorno dopo, fermano e bloccano l'intera Cittadina jonica.  Tutta la popolazione si riunisce e insieme, con spirito di devozione, gioia e religiosità, celebra il suo Santo Protettore.   Foto di Gir&Grafica

I comuni

2022-06-21

OSTUNI

...sorge sull'ultimo lembo delle Murge; Ostuni alta sul livello del mare 240 m, dista dalla costa adriatica 6625 km; gode di clima salubre e di panorami incantevoli e singolari. Il borgo antico culmina con la Chiesa Cattedrale edificata in pietra gentile tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, in stile romanico-gotico; antistante la piazzetta omonima sovrastata dall'Arco Scoppa che unisce il Palazzo vescovile con l'ex Palazzo del Seminario, oggi adibito a Biblioteca e Archivio Diocesano. La facciata della Chiesa Cattedrale è dominata dal rosone centrale, unico nel suo genere, raffigurante, al centro, Cristo benedicente, lungo il perimetro Dio Padre e i dodici profeti minori. L'interno, a tre navate, conserva altari lignei barocchi, affreschi e sculture pregevoli.   Fra le zone più caratteristiche della città vi è anche Piazza della Libertà, progettata nel 1861 dall'architetto Ferdinando Ayroldi, si realizza nel 1870 con l'abbattimento di antichi edifici medievali, rimanendo salvi l'ex convento dei Padri Francescani Conventuali divenuto, nel 1887, Palazzo di Città e la maestosa Guglia di Sant'Oronzo, patrono della Città di Ostuni, eretta tra il 1756 e il 1771 a opera dello scultore ostunese Giuseppe Greco.   Spostandosi qualche chilometro fuori dal centro abitato, lungo la ex SS 16, Ostuni-Fasano, si entra nel Parco Archeologico e Naturale di Santa Maria di Agnano. Situato sull'omonimo colle, conserva la grotta della maternità dove è stata rinvenuta la donna gestante del paleolitico “Ostuni 1” definita “La più antica madre del mondo”. L'area archeologica e naturalistica offre al visitatore testimonianze di un remoto passato che ritorna nel presente anche attraverso antiche specie tipiche della flora mediterranea. Preme ricordare, infine, che la FEE, Fondazione per l'Educazione Ambientale, premia per il 17° anno Ostuni, assegnandole la Bandiera Blu, mentre Legambiente conferisce alla Città le “5 Vele” per il terzo anno consecutivo. Circa 18 chilometri di costa, che si alternano tra lunghe spiagge, calette sabbiose, insenature rocciose, splendidi bagnasciuga, con il Porto di Villanova, il Parco delle Dune Costiere, le Torri Costiere, rappresentano una bellezza unica mitigata dal Mare Adriatico e dai venti freschi di tramontana.   LA FESTA Ininterrottamente dal 1794, ma con ogni probabilità molto più indietro nel tempo, la statua d'argento del Protettore Sant'Oronzo portata processionalmente nelle vie cittadine il 26 di agosto, viene scortata da una quarantina di cavalieri in costume.  Si rinnova così annualmente la solenne pratica devozionale della Cavalcata di Sant'Oronzo, per perpetrare la gratitudine popolare per il Protettore, che avrebbe preservato Ostuni dalle epidemie di peste del 1467 e del 1656-57, oltre che dal terremoto che interessò il basso Ionio nel 1743.  Un trio di flauto, tamburo e cassa suona per le strade il tradizionale motivo della Cavalcata durante la novena che precede la festa patronale, partecipa al pellegrinaggio al Santuario sul Monte Morrone e accompagna la stessa processione del 26 agosto.  I cavalieri che rinnovano lo storico appuntamento, si trasmettono di padre in figlio l'onore di fare parte del corteggio processionale al Santo.  Le immagini di fede, cultura, arte e umanità condensati nella singolare manifestazione, continuano a fare sicura breccia nella considerazione ammirata di tanti in Italia e anche all'estero, dove spesso la Cavalcata ha trovato entusiastica ospitalità.  Molti ostunesi rientrano puntualmente per l'appuntamento agostano, rinnovando un atto di amore per il proprio paese.  Il turista che incrocia per la prima volta la Cavalcata, rimane folgorato dall'elegante imponenza dei cavalli murgesi, dalla magnificenza delle loro artigianali bardature, dall'armonico esito cromatico degli abiti multicolori dei fantini (casacca rossa, pantaloni bianchi, cappello cilindrico con pennacchio biancorosso), richiamanti echi lontani di fogge e cultura delle tante genti, che hanno calcato i nostri dorati lidi e le nostre tormentate colline.

GLI EVENTI

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LA FESTA

UNA SERIE DI COLPI LANCIATI VERSO IL CIELO MATTUTINO, SUBITO DOPO RIMBOMBI CHE RIMBALZANO TRA LE PARETI DEI VECCHI PALAZZI DEL CENTRO STORICO, ECHEGGIANO NEI VICOLI FINO A DISPERDERSI, MENTRE IN CIELO RIMANE SOLO L’ULTIMA TRACCIA, CIUFFI DI FUMO BIANCO PORTATI VIA DAL VENTO. È IL SEGNALE CHE TUTTI ATTENDONO,  LA FESTA DEL PAESE PUÒ AVERE COSÌ INIZIO. di Francesco Di Palo Le tappe di un suggestivo e affascinante viaggio tra le più spettacolari feste religiose di una regione, anche sotto questo particolarissimo aspetto da declinare al plurale “le Puglie” che continua a vivere la propria dimensione sacrale con manifestazioni antichissime eppure attuali, capaci di evocare storia e storie, dalla forte carica aggregante. Il fumo denso e biancastro, dall’odore acre di zolfo, si alza alto, in vaporosi sbuffi, nel cielo di maggio, misto a brandelli di carta bruciacchiata.   Lo scompiglio è totale e sono centinaia i giovani, i “fujenti del Soccorso”, che sfidano le rudimentali artiglierie di bombe carta, penzolanti in lunghi filari, facendosi largo e scansando per un soffio le mitragliate assordanti e multicolori. Non siamo al centro di una scena di guerriglia urbana, ma al momento di tensione massima, e pericolosamente esaltante, della festa annuale che SAN SEVERO (FG) dedica alla Madonna del Soccorso. I fuochi di terra, “batterie alla sanseverese”, incendiano, deflagrano, esplodono lungo tutto il percorso della processione. All’altro capo di Puglia, nell’estremo Salento, il nuovo anno si apre con il fuoco: a NOVOLI (LE) la “focàra”, gigantesca piramide a gradoni, ottenuta con tonnellate di sarmenti resi disponibili dalle potature invernali delle viti, illumina la notte del 16 gennaio, vigilia del patrono del paese Sant’Antonio Abate, e raccoglie intorno alle sacre vampe che scacciano i geli. Il santo eremita, che per Cristo rinunciò agli agi e alle ricchezze assicuratigli dal nobile natale, si ritirò in contemplazione nel deserto d’Egitto dove visse centenario. È invocato per la guarigione dei mali fisici e a protezione degli animali domestici e da stalla. Non passano pochi giorni che un’altra “foc’ra” prende ad ardere a GROTTAGLIE (TA), il 30 gennaio, vigilia della festa di San Ciro. Fuochi cerimoniali, “fanove”, rischiarano la notte tra l’11 e il 12 gennaio in onore della Madonna della Vetrana a CASTELLANA GROTTE (BA): rievocano l’intervento miracoloso della Vergine per liberare dalla peste, nel 1691, la cittadina. Le celebrazioni si rinnovano l’ultima domenica di aprile, con una lunga processione in cui la statua della Madonna si accompagna al festoso corteggio di decine di statue di santi. Migliaia i ceri, alcuni di enormi dimensioni, che accompagnano a BITONTO (BA) le statue dei Santi Cosma e Damiano, la cui venerazione non conosce declino. L’intorciata ha luogo la terza domenica di ottobre, in concomitanza con la chiusura della vendemmia e il tradizionale avvio, in Puglia, della raccolta delle olive. Spettacolare e imponente anche la processione con grossi ceri, “turci”, che accompagna per le vie del paese, e dei campi, la statua della Madonna della Neve, patrona di NEVIANO (LE), la sera del 5 agosto. Ancora assai leggibile il sostrato di culti agrari assorbito e rigiustificato da rituali propriamente cristiani, nella festa di Santa Vittoria “piccinna” a SPONGANO (LE): il 22 dicembre, lungo le strade del centro salentino, ha luogo la processione delle “panare” accese, grandi ceste di vimini abilmente intrecciati, ricolme di sansa e ornate di agrumi, nastri, fiori. Il rito celebra il martirio della santa arsa viva per non aver rinnegato il credo nel Dio cristiano.  Sono invece offerti alle anime dei trapassati, “cocce priatorije” ovvero “teste del Purgatorio”, i fuochi che ardono nella notte tra l’1 e il 2 novembre e illuminano ogni angolo di ORSARA DI PUGLIA (FG) sino a farne assumere l’aspetto di girone dell’Inferno dantesco: in cima alle pire si collocano verdi rami di ginestra (pianta dalla millenaria simbologia solare) che scoppiettano creando “scattelle” (scintille rumorose che mettono in fuga le anime malvagie). Tutt’attorno e per la durata della notte, si fa festa e si consumano dolci, vino, ortaggi, carni arrostite, mentre su usci e davanzali, o in cortei improvvisati, si ostentano le grandi zucche scavate, e con candele all’interno, che assumono le sembianze di teste sinistre, le “cocce priatorije”, appunto. Non il fuoco, ma i “fuochi”, quelli pirotecnici, sono i protagonisti della festa che ogni anno, a novembre, incendiano per ore, di giorno e di notte, i cieli di ADELFIA-MONTRONE (BA). Sono in onore del martire Trifone che si guadagnò la nomina a patrono per aver salvato la comunità, a metà Seicento, dal morbo pestifero e poi (come ad Alessano e Cerignola) per aver preservato i campi dal flagello delle locuste la cui sola apparizione era presagio di carestie e morte. Quella di Montrone è una sorta di “campionaria” delle feste, un appuntamento irrinunciabile per tutti i componenti dei “comitati” che così hanno modo di vedere le novità e ingaggiare bande, “fuochisti”, “illuminatori”, “pallonari”, per le celebrazioni religiose dei rispettivi paesi. A Montrone si mettono in mostra anche le “bande da giro” e le luminarie.   Queste ultime assumono bellezza e dimensioni davvero straordinarie con disegni, arabeschi, fiori, architetture in cui la creatività ha davvero libero sfogo, come avviene a COPERTINO (LE) per San Giuseppe (19 settembre) e soprattutto a SCORRANO (LE) per Santa Domenica (6 luglio) dove si allestiscono le luminarie più belle e originali che sia dato di vedere. In alcuni centri della cosiddetta “Albania tarantina” (Faggiano, San Marzano di San Giuseppe, Lizzano, Monteparano) la ricchezza di primizie, pani rituali, dolci di pasta di mandorle e miele, pesci e ogni “ben di Dio” ostentati sui “tauli” (tavoli) di San Giuseppe, ai quali poi ognuno potrà sedersi e condividere, rinvia allo spreco cerimoniale quale elemento necessario della festa, attraverso il quale si esorcizza la fame atavica. A ROSETO VALFORTORE (FG), piccolo e suggestivo centro del sub appennino dauno, il 26 maggio si festeggia il patrono San Filippo Neri con il lancio - al rientro della processione e alla presenza del santo che pare guardare compiaciuto - di pane, formaggio, ortaggi, frutti, dolci sulla folla assiepata sotto il balcone dell’oratorio, mentre dalle fontane sgorga vino e latte: con tale tradizione si ricordano gli interventi miracolosi a sollievo della popolazione rosetana stremata dalle carestie. Difficile dar conto della moltitudine dei “Patroni di Puglia” che compongono un paradiso davvero multietnico perché vede uno a fianco all’altro, in una terra che da sempre è sinonimo di accoglienza e scambi culturali, santi dalle più svariate origini geografiche. Ognuno ha esclusiva “specializzazione” per la cura di mali fisici e spirituali e contro qualsiasi accidente naturale: se Biagio guarisce la gola e le affezioni respiratorie, Donato è invocato contro il “mal di luna”, l’epilessia; Vito protegge dalla corea detta appunto “ballo di san Vito”, e dalla rabbia; Agata, patrona dell’omonimo centro della Daunia e di Gallipoli, città in cui approdò uno dei suoi seni strappati durante il martirio, è invocata per le mastopatie e per la secrezione lattea; Anna protegge le puerpere affiancata, in molti centri salentini, da Santa Marina che squarciò il ventre al drago; Irene solleva la sua mano per fermare piogge torrenziali e fulmini; da peste e colera liberano Rocco e Sebastiano.    La Madonna è la patrona per eccellenza: a FOGGIA con il titolo di Madonna dei Sette veli, come a LEUCA, de finibus terrae; ad ACQUAVIVA DELLE FONTI (BA) come Madonna di Costantinopoli e a CONVERSANO (BA) e FRANCAVILLA FONTANA (BR) come Vergine della Fonte; a MINERVINO MURGE (BA) è detta Madonna del Sabato mentre nella vicina SPINAZZOLA (BT) è venerata come Madonna del Bosco (così come a Panni); a GIOVINAZZO (BA) è detta di Corsignano e a CASTELNUOVO DELLA DAUNIA (FG) della Murgia; è venerata come Madonna di Valleverde la patrona di BOVINO (FG) e dello Sterpeto quella di BARLETTA (BT). Altri titoli attribuiti alla Vergine: Incoronata (Apricena), di Merino (Vieste), Mater Domini (Laterza), della Sanità (Volturara Appula), dell’Alizza (Alezio), della Scala (Massafra), della Palma (Palmariggi), della Coltura (Parabita), della Libera (Rodi Garganico). La protezione sui campi e animali si manifesta in numerose processioni primaverili, stagione in cui le verdeggianti campagne hanno necessità di acque feconde; si attuano con elaborati rituali che prevedono il trasferimento delle sacre immagini dalla città al santuario rurale e viceversa. Un esempio per tutti: la festa del 23 di aprile in onore della Madonna di Sovereto, non a caso invocata quale Madonna dell’acqua: la “tavola” con raffigurazione millenaria della Madonna Odigitria, lascia la città di TERLIZZI (BA) per raggiungere il santuario di Sovereto, dove sosterà per circa tre mesi. La leggenda narra che intorno al Mille un pastorello ritrovò la pecora smarrita, impigliata con la zampa in un fosso; al momento di liberarla si accorse della lampada che ardeva – e siamo al primo prodigio – nell’anfratto innanzi all’icona. Ne nacque una contesa sulla proprietà del sacro tavolo con i vicini bitontini risolta con il ricorso all’ordalia, il giudizio di Dio: assicurati due buoi al carro si pose sopra l’immagine e questa, miracolosamente, si diresse verso Terlizzi, dove fu accolta dal popolo in festa. La leggendaria inventio è celebrata ogni anno con una festa in cui il mitico “carro”, nel frattempo diventato un solenne campanile barocco di oltre 22 metri, porta in trionfo l’immagine nel corso di una festa certamente tra le più belle ed esaltanti cui è dato di assistere in Puglia.    Il “carro” del lavoro contadino, nella versione mitica di “macchina da festa” e del trionfo, caratterizza i festeggiamenti della Madonna del Pozzo a CAPURSO (BA), la cui immagine prodigiosa, dipinta sulle pareti di una dimenticata cisterna, si rivelò a un religioso ammalato che ne ottenne la guarigione; anche la statua di Sant’Oronzo attraversa trionfalmente le vie di TURI (BA) su un carro monumentale trainato da muli bardati. Feste patronali che prevedono l’utilizzo rituale di “carri” per il trasporto delle sacre immagini, si celebrano a SANTERAMO (BA) per Sant’Erasmo (2 giugno); a CASSANO MURGE (BA) per la Madonna degli Angeli (2 agosto); a GALATONE (LE) per il Crocefisso (4 maggio); a TORITTO (BA) per la Madonna delle Grazie e San Rocco (4 e 5 settembre). Carri ornati di frutti, fiori e prodotti della terra, sono allestiti in onore della Madonna di Serritella a VOLTURINO (FG) (prima domenica di maggio) e per San Giovanni Battista a MOTTA MONTECORVINO (FG). Molto spettacolare e originale la processione della Madonna di Mellitto a GRUMO APPULA (BA): il rientro della statua al santuario di campagna, l’ultima domenica di luglio, è accompagnato da decine di elaborati e fantasiosi carri ornati con creazioni di fiori di carta velina”.   È detta “della Coltura” la Madonna venerata patrona a PARABITA (LE): fu riservato a un contadino che arava il suo campo in contrada Pane, il privilegio del rinvenimento della prodigiosa effigie dipinta su un masso. Il trasferimento a CERIGNOLA (FG) della splendida tavola duecentesca della Madonna di Ripalta, miracolosamente rivenuta sulla “ripa alta” dell’Ofanto, avviene subito dopo Pasqua: l’immagine sarà poi riaccompagnata, con lunghissima e devota processione campestre, nel santuario dopo i festeggiamenti patronali dell’8 settembre. Alla fine della siccità che si abbatté nel 1388, si deve il patronato della Madonna di Corsignano su GIOVINAZZO (BA). Il corteo storico e la processione del 21 agosto ricordano, invece, la traslazione in cattedrale, avvenuta nel 1677, dell’antica immagine della Madonna, dipinta su legno di cedro, venerata nell’antico casale di Corsignano dove giunse, secondo la tradizione, nel XII secolo condotta da un crociato di ritorno dalla Terra Santa.   Anche la Madonna di Valleverde, patrona di BOVINO (FG) e che la tradizione vuole giunta dalla Spagna, pose fine alla siccità del 1888; l’evento miracoloso è ricordato ogni anno con la solenne processione del 23 maggio. La Madonna della Fonte la cui immagine fu rinvenuta miracolosamente presso una sorgente del luogo dove poi sorse FRANCAVILLA FONTANA (BR), è detta anche Madonna della Neve: durante una terribile gelata la Vergine protesse gli ulivi che tornarono a germogliare.  Sant’Alberto, patrono di PIETRAMONTECORVINO (FG), salvò la comunità dalla grave siccità del 1889: apparso ad alcuni cittadini, per far terminare il terribile flagello, impose un pellegrinaggio alla vecchia Montecorvino. Da allora, ogni 16 di maggio, la statua del santo vescovo è portata in processione, seguita dal popolo, per i campi verdeggianti di grano, sino all’antica chiesa, a circa sette chilometri; la precedono nel lungo serpentone, i “palii”, altissimi pali ornati di fazzoletti colorati, sollevati e tenuti in equilibrio con l’ausilio di funi.   Analoghe motivazioni agrarie sottendono ai patronati di molti altri santi: trofei di arance, mandarini e limoni ornano la città e la statua di San Valentino, patrono di VICO DEL GARGANO (FG), nel giorno della festa, il 14 febbraio. Il santo martire è invocato a protezione degli agrumeti, alla base dell’economia del centro garganico, da geli e rigori invernali. Dopo la processione, i fedeli s’impossessano dei frutti “benedetti per contatto”, per farne premute salutari. Le feste di altri patroni sono invece collegate ai cicli pastorali e in particolare alle aperture dei pascoli della transumanza: accade per l’arcangelo Michele. La festa dell’8 maggio, celebrata con grande rilievo a MONTE SANT’ANGELO (FG), segnava la data del ritorno delle greggi sui pascoli abruzzesi mentre quella del 29 settembre, si poneva in relazione con l’apertura invernale dei pascoli di pianura. San Michele è venerato come patrono a MINERVINO MURGE (BA) dove nelle viscere del suolo murgiano, una cavità carsica simile alla grotta del santuario garganico, è consacrata al suo culto; furono gli allevatori di bestiame a finanziare, nel 1742, per voto e in seguito all’epidemia che risparmiò le loro mandrie, la bella statua d’argento portata in processione nella festa del 29 settembre. Prende il nome dal martire San Nicandro, la cittadina garganica di SANNICANDRO GARGANICO (FG): furono i pastori abruzzesi a portare le reliquie del soldato romano martirizzato nel 297. Uno speciale legame con la pastorizia e l’allevamento dei buoi, conservano le celebrazioni di San Giorgio a CHIEUTI (FG), piccolo centro alle pendici del Subappennino: nel giorno della festa (23 aprile) ai piedi della statua che lo raffigura su un destriero bianco nell’atto di trafiggere il drago, è deposto un grande “caciocavallo” a forma di tarallo e del peso di circa ottanta chili. Portato in processione, a fine festeggiamenti è distribuito ai fedeli. Le celebrazioni prevedono la sfilata di carri ornati di frasche di alloro e la disputa del “palio” con la corsa di buoi, rievocazione del rinvenimento delle reliquie di San Leo. Dalla cappella del Monte Sambuco è prelevata (29 agosto) la statua di San Giovanni Battista, patrono di MOTTA MONTECORVINO (FG): anche in questo caso il fercolo di fiori che reca il simulacro, è preceduto da aste ornate di fazzoletti variopinti. Molti santuari e luoghi di culto assurgono a importanza devozionale ben ampia, meta, in particolari ricorrenze celebrative, di sentiti pellegrinaggi. Sul Gargano si trovano tre luoghi significativi: il santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo, la basilica di san Pio a San Giovanni Rotondo, il santuario di San Matteo a San Marco in Lamis.   I pellegrini, radunati in “compagnie”, salgono al monte soprattutto l’8 maggio, in cui il guerriero celeste mostrò la sua potenza a fianco dei Longobardi di Grimoaldo contro i Bizantini, e il 29 settembre che ricorda la dedicazione della basilica per opera del vescovo Lorenzo Maiorano. Ancora oggi nella festa solenne di settembre, si porta in processione la “sacra spada”, d’oro e preziosi; nel corso della processione si effettuano più soste e l’arcivescovo benedice i presenti con la spada poi ricollocata nella destra della statua. Collegato al pellegrinaggio alla Madonna dell’Incoronata, nell’omonimo bosco alle porte di FOGGIA, è la tradizione della “cavalcata degli Angeli”: giunti nel grande spiazzo del santuario i pellegrini ricordano, l’ultimo venerdì del mese di aprile, con semplici drammatizzazioni, la discesa degli angeli nel bosco per incoronare con tre diademi d’oro la Madonna. Decine di bambini su carri addobbati e vestiti da angeli, ma anche da profeti, santi, madonne, compongono quadri sacri viventi, ispirati ai miracoli della Vergine e a scene del vecchio e nuovo Testamento. Il pellegrinaggio a San Rocco, venerato a TORREPADULI (LE) frazione di Ruffano, assume aspetti spettacolari: la notte tra il 15 e il 16 agosto, mentre all’interno della chiesa si cerca il contatto con il santo a cui un cane lecca la ferita della gamba, all’esterno si formano capannelli di curiosi per assistere e incitare, al ritmo sempre più incalzante dei tamburelli, i contendenti che danno vita alla frenetica e ormai rituale “danza dei coltelli”, simulando, con le movenze della “pizzica”, antiche rivalità tra clan. Cammini devoti hanno come meta il santuario della Madonna di Montevergine, posto nelle campagne di PALMARIGGI (LE) (7 maggio).   La cittadina è nota per il culto delle “due Madonne” perché si venera come patrona anche la Madonna della Palma: le due Madonne si “incontrano” e sfilano insieme in processione. Notevole rilievo conserva il pellegrinaggio al santuario della Madonna di Leuca, al CAPO DI LEUCA (LE), estrema punta della Puglia: le “vie della fede” sono presidiate da cappelle, ristori e luoghi di sosta.   Il mare è l’altro grande riferimento mitico, simbolico, economico e culturale della Puglia che ne è lambita  in lungo e in largo. Non si contano i luoghi del passaggio, reale o leggendario, di Simone il pescatore, novello Enea, da Cristo fatto kefâs, che in aramaico e anche ebraico significa “roccia-pietra”, della sua Chiesa. A cominciare da OTRANTO (LE), la più orientale delle città d’Italia e porta d’Occidente. Al principe degli apostoli, fondatore di comunità convertite e di diocesi, sono dedicate chiese e cappelle. Insieme a San Paolo, il santo con le chiavi è patrono di GALATINA (LE) città che custodisce e venera ancora, nella cattedrale, la pietra dove il santo si sarebbe seduto per riposare; san Paolo, invece, nella stessa cittadina, operò il miracolo della guarigione ai morsicati da animali velenosi (serpenti, tarantole): la sua festa, a fine giugno, vede rinnovarsi una delle più antiche e ancestrali lotte tra il bene e il male, quest’ultimo rappresentato dal morso letale della taranta cui unico salutare antidoto è costituito dalla parossistica danza sino allo sfinimento. I pericoli dicevamo: Otranto serba il ricordo della sanguinosa battaglia con i turchi che nel 1480 decimò la popolazione. Ottocento furono i “beati martiri” di quella carneficina destinata all’epica cristiana: i macabri resti, accatastati e a vista, sono offerti alla pubblica venerazione in enormi stipi nella cattedrale idruntina, monumento di rara bellezza.     La “scamiciata” a FASANO (BR) commemora un’altra incursione mussulmana e celebra la vittoria ottenuta per intervento divino il 2 giugno 1678: si tiene la terza domenica di maggio, in occasione della festa patronale della Madonna di Pozzo Faceto e dei Santi Giovanni Battista e Stefano. A ORIA (BR) centinaia di figuranti danno luogo al corteo storico e al “torneo dei rioni”; esso trae origine dal bando di un torneamento che l’imperatore svevo emanò nel 1225, durante un periodo di permanenza nella cittadina, che mostra con orgoglio monumenti e ricordi di quella fase storica tra cui il poderoso e ancora intatto castello. Il corteo storico di BITETTO (BA), con decine di figuranti in abiti rinascimentali (25 aprile-2 maggio), ricorda la particolare venerazione del duca d’Atri e signore del feudo, Andrea Matteo Acquaviva, per il frate del locale convento francescano, Giacomo Varingez, beatificato nel 1700: all’umile “beato Giacomo” sono attribuiti numerosi miracoli e la protezione della cittadina dalle epidemie pestifere del 1483, quando era ancora in vita, e del 1656. Patrono principale di Bitetto è San Michele Arcangelo nel corso della cui festa (29 settembre) è portata in processione, dopo il rito della consegna delle chiavi, la statua d’argento, opera del 1719 di Andrea De Blasio. Dal mare giunge, il 14 giugno, prelevato dal santuario nel villaggio che ne porta il nome, San Vito: lo sbarco, la processione per le suggestive vie di POLIGNANO A MARE (BA), poi il momento clou quando la statua del santo giovinetto, nella commozione collettiva, “ascende”, perché letteralmente portato in alto da ingegnose carrucole, nella fastosa “macchina” trionfale, ogni anno allestita nella piazza principale. Alle ore 15,00 in punto dell’8 settembre, gli uomini di mare reclamano con energico frastuono, la statua della Madonna dei Martiri, patrona di MOLFETTA (BA), quasi a rapirla dai frati della basilica. Imbarcata sulle “bilancelle”, le tre barche estratte a sorte su cui è issato il “trono”, compie il giro sullo specchio di mare antistante la città, mentre i giovani si tuffano in suo onore dando luogo a spericolate evoluzioni. A sera lo sbarco al molo: è l’apoteosi della Vergine che, completamente rivestita d’oro e preziosi donativi, raggiunge in processione la cattedrale, in un clima d’esaltazione collettiva.     Ancora il mare e un’antica immagine della Madonna sono i protagonisti della festa di MONOPOLI (BA), importante città marinara e commerciale. La leggenda narra del prodigioso arrivo di una tavola dipinta della Vergine su una sorta di zattera, da qui il nome di Madonna della Madia, con il prezioso carico di travi occorrenti alla copertura della cattedrale. La Vergine patrona preservò la città da pestilenze e carestie. Ogni anno vescovo, clero e confraternite si recano sul porto per accogliere il quadro della Madonna mentre la città esplode nel giubilo per il rinnovarsi del miracolo (due le date: 16 dicembre e 15 agosto).  Numerose “sagre a mare” in onore della Madonna hanno luogo in altri centri rivieraschi: tra queste a TORRE VADO (LE), nel comune di Morciano, l’11 agosto per la Madonna Stella Maris, alle ISOLE TREMITI (FG) in onore dell’Assunta. A PORTO CESAREO (LE), il 19 agosto, una considerevole flottiglia di pescherecci e natanti turistici, scorta le due distinte imbarcazioni su cui sono portati in processione i simulacri della Madonna del Perpetuo Soccorso e di Santa Cesarea. Dal mare approdarono e sulle acque sono portate in processione le reliquie e la statua del patrono di BRINDISI, San Teodoro: la suggestiva processione si tiene la prima domenica di settembre. Si festeggia anche l’altro patrono, l’autoctono San Lorenzo da Brindisi, frate cappuccino, canonizzato nel 1881.     Versione femminile di san Sebastiano è Santa Cristina, compatrona di GALLIPOLI (LE): appena ventenne fu martirizzata, dopo essere stata legata a un albero, trafitta dalle frecce. È patrona degli uomini di mare e della pesca e il giorno della sua festa la processione “per mare e per terra” prevede l’imbarco della statua al porto per il periplo dell’isola su cui sorge Gallipoli antica e, dopo lo sbarco, il percorso lungo gli ariosi corsi della città nuova sfarzosamente ornati dalle luminarie che formano mirabili e originali scenografie di luci. La “sagra di maggio” in onore del patrono di BARI san Nicola, prevede la rievocazione storica dell’arrivo delle reliquie del santo trafugate nel 1087, da impavidi marinai baresi, a Myra, e la consegna ai frati custodi della basilica ove ha luogo, presieduto dall’arcivescovo, il rito del prelievo della “manna”, il liquido miracoloso che sgorga dalle ossa del santo. L’8 maggio si rinnova la processione a mare della statua tra salve di mortaio e fuochi d’artificio. In occasione di tali celebrazioni l’arrivo continuo di fedeli specie dalla Russia e dall’Est europeo, ci ricorda che Bari con la basilica nicolaiana è l’altro grande terminale in Puglia, del pellegrinaggio.     Ancor più esplicito il legame di san Cataldo con i pescatori tarantini: narra la leggenda che il vescovo irlandese giunto a TARANTO, fu accolto dal mare in tempesta che subito placò gettando tra le onde il suo anello. L’evento è rievocato ogni anno, l’8 maggio, con la processione a mare: la statua d’argento, issata su un’imbarcazione pavesata a festa, attraversa le acque antistanti alla città e riceve l’omaggio, da terra e da mare, di tutta la popolazione. Non per mare ma sul grande lago salmastro ai piedi del Gargano, è portata in processione la statua, opera pregevole di Giacomo Colombo, di san Primiano patrono di LESINA (FG). Le celebrazioni del giovinetto martirizzato, insieme a Firmiano e Casto, a Larino, si terminano, l’ultima domenica di maggio, con la processione dei pescatori che dopo aver preso in consegna l’immagine, danno luogo alla suggestiva regata con le tipiche imbarcazioni lacustri dette “sandali”, suggellando della protezione sulla pesca, voce principale dell’economia di Lesina.    Forse a difesa del prezioso simulacro di sant’Oronzo, patrono di Ostuni (BR), commissionato dalla famiglia Sansone, fu istituita la tradizionale cavalcata che accompagna la statua del santo nella processione del 26 agosto: decine di cavalli e cavalieri scortano la preziosa immagine ornati di nastri, gualdrappe, indossando sfarzosi costumi ricchi di ricami e lustrini in una processione variopinta ed esuberante che ben si presta a essere sintesi delle celebrazioni festive della Puglia

CATTEDRALI DI LUCI

di Vito Maraschio     Non solo bande, processioni e fuochi d’artificio per le strade in festa... in Puglia gli addobbi luminosi hanno un ruolo importante. L’arte luminaria qui è protagonista due volte: per la bellezza delle piazze illuminate, e perché le aziende che rendono possibile questo spettacolo sono pugliesi. Molte operano in Italia e non solo, alcune con più di un secolo di esperienza alle spalle. Un mix di tradizione e innovazione, un mestiere fatto di materiali tecnologici e sistemi artigianali. Qualcuno ricorda commosso i tempi in cui le coreografie si componevano di lumini a olio. Fu poi il momento dell’illuminazione a gas acetilene, poi le tante piccole lampadine, uno sviluppo culminato con le moderne tecniche a laser e led.   Solo l’ingegno, la creatività e la passione per quest’arte hanno portato queste imprese a farsi un nome importante nel mondo, esportando questo autentico “made in Puglia”. {IMAGE_0}{IMAGE_1} Queste strutture lignee, illuminate da luci colorate, affondano le loro radici nella tradizione romana e, nel tempo, si sono trasformate nella forma, nei colori e nei materiali a seconda delle culture con cui sono venute a contatto e a seguito del progresso tecnico. Gli archi e le strutture di legno aggiungono ai disegni i lumini ad olio che, successivamente, diventano a petrolio e poi lampadine elettriche. Le “luminarie” riproducono disegni legati a motivi religiosi, facciate di chiese e tipici elementi decorativi presenti all’interno dell’edilizia sacra. Poi incominciano ad abbinare schemi e colori simili a tappeti di evidente richiamo arabeggiante. Oggi al legno si sono aggiunti altri materiali, la luce ha acquisito la tecnologia del led e del laser e l’accensione si è arricchita di luce, musica e fuochi pirotecnici legati insieme da un ritmo intermittente.   {IMAGE_2}{IMAGE_3} La tradizione, però, regna sovrana lasciando intatta la natura artigianale che trova la sua massima evidenza in impalcature che arrivano a trenta metri di altezza senza un chiodo, un bullone, una vite, ma tenute insieme solo dal filo di ferro e da un sistema di scaricamento dei pesi che ricorda il modello di costruzione delle volte in pietra.   Le “luminarie” sono dell’Italia Meridionale, ma trovano nel suggestivo borgo di Scorrano nel Salento, capitale mondiale delle luminarie,  una forma esaltante per le ditte locali, eredi di una storia antica, che portano questa espressione della bellezza italiana in tutto il mondo.

LA MUSICA

È quasi mezzanotte, le grandiose luminarie accese per onorare la Santa Patrona di Conversano (Bari), la Madonna della Fonte (penultima domenica di maggio), illuminano a giorno la piccola piazzetta davanti al Municipio. Devoti e curiosi, gli uni stretti vicini agli altri quasi fossero una sola e grande famiglia, attendono che la banda scenda dalla Cassa Armonica perché si compia quel rito che segna la fine della festa.   {IMAGE_1}{IMAGE_2} Un rito che riporta alla memoria le gestualità di una tradizione, segno di quel senso di appartenenza a una terra, la Puglia, fatta di pane e olive nere. Il suono racchiuso dentro le finte mura delle cassa armonica adesso è libero, viaggia al passo deciso dei musicisti che nella bella divisa bianca si fanno spazio tra i volti sorpresi di chi per la prima volta ha colto l’essenza della banda da giro.   Ecco "Vita Pugliese", note di una marcia sinfonica (del Maestro Giuseppe Piantoni) che porta con sé la storia di un popolo, come quello conversanese, che ha “la banda in testa”, nel senso che è proprio fissato per la banda con “La Grande Orchestra di Fiati Gioacchino Ligonzo - Città di Conversano” e lo “Storico Grande Concerto Bandistico Città di Conversano - Giuseppe Piantoni”.   Lecce, Squinzano (LE), Manduria (TA), Francavilla Fontana (BR), Acquaviva delle Fonti (BA), dove troviamo altre e importanti realtà bandistiche, la banda da giro porta con sé, in giro per i paesi d’Italia e all’estero, un pezzo di Puglia e tanto basta per rendere omaggio ai “nomadi del pentagramma”, come poeticamente definisce i bandisti Bianca Tragni, prima storica delle bande da giro di Puglia.   {IMAGE_3}{IMAGE_4} Oggi musicisti professionisti, ma un tempo erano artigiani, contadini, commercianti istruiti dai maestri di cappella per suonare la grande musica che per la prima volta fuoriesce dalla nicchia e diventa popolare.   Tornando indietro nel tempo possiamo ricordare quella di Terlizzi (1773), siamo nel secolo francese quando piccole bande nascono sull’esempio delle bande militari, ma non hanno ancora un direttore stabile. Il primo Maestro concertatore arriva nel 1780 con la banda di Orsara di Puglia (FG), ma la prima grande banda di Puglia nasce nel 1797 ad Acquaviva delle Fonti, diretta da un carbonaro antiborbonico, Iacobellis.    “Anche a Conversano (BA) c’è fermento musicale – ha spiegato il professor Ruggero Chiummo – il Comune istituzionalizza la banda con un atto notarile nel 1832 (conservato nell’Archivio storico di Conversano, una copia è attualmente in mostra al Castello), nasce così lo Storico Concerto Bandistico Municipale e la affida al maestro di cappella Vitantonio La Volpe con una richiesta ben precisa: coinvolgere i giovani da istruire alla musica. Dunque la banda assume anche un ruolo educativo.   Nel 1871 il Comune fa disegnare la prima divisa ufficiale e nel 1881, invece, riconosce alla banda un sussidio purché al suo interno coinvolga musicisti conversanesi particolarmente dotati, in numero non inferiore a 30 e che si impegnino in concerti domenicali in piazza o nelle grandi festività religiose”. Solo la peste e i moti popolari - dal 1884 al 1886 - fermano l’attività della banda che riprende con vigore nel 1890, dunque diversamente che altrove la banda di Conversano è l’unica a seguire un percorso lungo quasi un secolo contraddistinto da investimenti e innovazioni. Nel 1923 nasce anche l’associazione Probanda per aiutare il Comune a sostenerla.     Finisce l’epoca del dilettantismo, d’ora in poi la banda viene affidata a Maestri concertatori di comprovata capacità come Franco Galeoni (primi anni 20 del novecento) e il grande Giuseppe Piantoni (1925). Allievo di Mascagni porta la banda al grande splendore con una serie di innovazioni: i bandisti diventano 60 e riequilibra il complesso aumentando il numero dei legni rispetto agli ottoni.     Dopo la sua morte subentra un altro grande Maestro, Gioacchino Ligonzo (1950), la sua eredita è stata raccolta dal Maestro Angelo Schirinzi che con il nuovo gruppo bandistico fondato dallo stesso Ligonzo: “La Grande Orchestra di Fiati Gioacchino Ligonzo – Città di Conversano”, ha portato la banda a un nuovo livello (Festival Bandalarga, fine luglio inizio agosto) con l’obiettivo di coinvolgere un pubblico più giovanile.   La banda è un valore musicale e culturale per la Puglia intera.

LE STELLE DI FUOCO

La pirotecnica trova in Italia una forte identità, conosciute in tutto il mondo la "scuola italiana" dei Ruggeri a Bologna già nel XVII secolo o l’attuale "scuola napoletana", per la spettacolarità dei loro fuochi. Un’arte, più ammirata che documentata, misteriosa nei segreti custoditi gelosamente dai maestri e tramandati di padre in figlio. La Puglia vive attivamente questa passione a partire dalla produzione, aziende che da generazioni producono fuochi artificiali, metodi tradizionali e idee innovative, prestigio e competizione portano le famiglie di fuochisti a inventare sempre qualcosa di nuovo come la Pirotecnica Chiarappa di San Severo (fg). Una formula chimica, una miscela esplosiva che si trasforma in scoppi, luci e colori. Un involucro di cartone riempito di tante palline, chiamate "stelle" in gergo, proprio per la loro capacità di bruciare creando fiamme colorate nel cielo. Durante le feste pugliesi diversi i momenti della giornata in cui il ruolo dei fuochi è fondamentale.   {IMAGE_1}{IMAGE_2} Nei giorni di festa a volte si spara qualche colpo già al mattino, per ricordare che è un giorno speciale; fuochi per indicare l’inizio, la fine o il passaggio in un luogo particolare di una processione; ma il momento in cui diventano veri protagonisti è lo spettacolo che avviene in genere la sera, a conclusione dei riti religiosi.   Tutti con le teste all’insù per ammirare quelle "stelle cadenti", esplosioni di colori nel cielo capaci di far sognare grandi e piccini. I maestri pugliesi sono in grado di affascinarci con fuochi pirotecnici, fuochi d’artificio scenografici e piromusicali, palloni aerostatici e mongolfiere. Bombe da tiro, granatine, bombe giapponesi e con paracadute, bombe a più spacchi e colpo scuro, pioggia dorata o luccicante, solo alcuni degli effetti speciali in grado di sorprenderci prima del gran finale.   Sì, perchè il momento più emozionante è proprio il finale, un’intrepida successione di scoppi e luci intermittenti, i fuochisti possono mostrarsi in tutta la loro bravura fino a meritarsi, dopo l’ultimo colpo ancora fumante, gli applausi del pubblico impazzito dall’entusiasmo.   Un’esperienza unica e imperdibile nello splendido scenario delle città pugliesi in festa. Appuntamento per gli appassionati di tutta Italia è l’avvincente gara tra maestri fuochisti a Adelfia in onore di San Trifone.   {IMAGE_3}{IMAGE_4} Particolarmente suggestivo lo spettacolo pirotecnico nello scenario del Castello Angioino a Gallipoli per la patrona Santa Cristina, o "le batterie" in onore di San Nicola a Bari sul lungomare tra gli applausi dei devoti.   Esaltante la "festa del fuoco" in onore del patrono sant’Antonio Abate a Novoli (le), in cui l’accensione della "focara" avviene proprio attraverso un tripudio di fuochi pirotecnici.   Molte sono le occasioni in Puglia per vivere un’esperienza indimenticabile... non resta che l’imbarazzo della scelta.

I SAPORI

  Il viaggiatore che arriva in Puglia dovrà lasciarsi trasportare dagli aromi e dagli antichi sapori dei piatti della grande tradizione pugliese, piatti in cui si fondono le tradizioni della civiltà contadina con il fascino del mare.   Olio, olive, verdure, farinacei sono i capisaldi della cucina locale, una cucina mediterranea fatta di prodotti naturali di stagione accompagnata da saporiti aromi e spezie, basilico, capperi e origano.   Protagonista indiscusso l’olio extravergine d’oliva, un prodotto capace di esaltare anche i cibi più poveri, come la celebre bruschetta o “frisedda”, ciambella cotta al forno e condita con sale, olio, pepe, pomodoro e cipolla. Alimento culto della regione è il pane, nelle sue varietà di forme tradizionali, “sckuanete”, “muedde”, tutte rigorosamente cotte nel forno a legna.   Tipiche sono poi le “pucce” o “uliate”, nel Leccese, pani con olive “norchie”, rigorosamente con il nocciolo. Una fragranza indimenticabile è quella poi offerta dal profumo della focaccia appena sfornata, condita con olio e pomodorini, spesso completata aggiungendo all’interno dell’impasto ingredienti che spaziano dalle verdure all’acciuga, dalle olive farcite alla carne, dal salame al merluzzo, dalle cipolle al tonno.   Trionfa, nella preparazione dei primi piatti la pasta fresca; tradizione tutta al femminile, arte trasmessa di madre in figlia, ottenuta preparando con abili movimenti delle dita l’impasto: orecchiette, cavatelli, troccoli, sagne ncannulate, “strascenate”, “mignuicchie”, e altri formati conditi con il ragù ricavato dalle “braciole”, involtini di carne di cavallo o di manzo, ripieni di formaggio pecorino, lardo, prezzemolo, o accompagnate dalle verdure.   {IMAGE_1}{IMAGE_2} ccanto al celebre piatto delle orecchiette con cime di rapa e acciughe sciolte nell’olio e aglio, le gustosissime pasta e cime di broccoli, pasta e cavoli, maccheroni e melanzane, pasta e purea di fave, spaghetti e cicoria, pasta e rucola, fiori di zucchine con pasta e pomodoro, fave e cicoria. Gli ortaggi spesso diventano conserve, da poter gustare tutto l’anno: verdure sott’olio, sott’aceti, olive e pomodori secchi.   La ricca costa offre poi alla cucina pugliese pesce per ogni stagione: dai polipetti baresi “arricciati” alle alici; dal pesce più povero, che nelle zuppe diventa un’armonia di sapori come il popolare “ciambotto”, agli squisiti frutti di mare.     Tubettini con le cozze, impepata di cozze, cozze “arracanate” coperte con mollica di pane, o la “tiella”, nome che indica sia il contenitore che la minestra, per certi versi affine alla paella spagnola, con una copertura di fette di patate su riso, cozze e altri ingredienti, cotta in coccio e al forno; sughetti “allo scoglio”, polipi alla griglia, seppie ripiene e altro ancora portano in ogni occasione il mare in tavola.   Per gli amanti della carne non mancano i prodotti: salsiccia a punta di coltello della Murgia, zampina, “gnumeridd”, interiora d’agnello tagliate a striscette e strette a gomitolo, la “quagghiaridde”, ventricina di montone ripiena di frattaglie unite a scamorza, uova, salame, “braciole di cavallo” e salumi vari sono solo alcune delle bontà da assaporare, così come le preparazioni a base di uova e agnello del periodo pasquale.     {IMAGE_3}{IMAGE_4} Da non dimenticare la ricca produzione casearia, fiore all’occhiello della gastronomia pugliese, soprattutto nel campo dei formaggi freschi. Le mozzarelle, le trecce, i bocconcini, i burrini e soprattutto la “manteca”, cacio fresco avvolta a palla attorno a un nucleo di burro. E poi che dire dei prodotti dolciari pugliesi, che racchiudono tradizioni millenarie, dolci spesso fatti con dolcificanti naturali quali il vin cotto di fichi o la pasta di mandorle, usata per i dolci di marzapane.     Le “Cartellate”, condite col miele e col vin cotto, i “Mostaccioli”, i “Calzoncelli” ripieni di marmellata di fichi, le “Castagnelle” di mandorle dolci pugliesi; le “Mandorle atterrate” infornate e poi immerse nella cioccolata bollente; i “Taralli neri” impastati con zucchero e vin cotto, le zeppole di San Giuseppe ripiene di crema ed amarena, le Scarcedde o Scarcelle.   Il tutto accompagnato da un ottimo vino, molte le possibili scelte: “Aleatico di Puglia”, “Nero di Troia”, “Salice Salentino” e “Primitivo di Manduria” sono solo alcuni dei DOC made in Puglia.   Dalla cucina pugliese scaturiscono profumi, sapori, emozioni.

LA PUGLIA AUTENTICA

Ponte naturale tra Oriente ed Occidente, la Puglia, regione del Sud Italia, protesa nel Mediterraneo con i suoi trecento chilometri di costa lambiti dal Mar Adriatico e il Mar Ionio, è da sempre popolo di viaggiatori, di santi e di marinai.   Terra dalle morbide colline, dalle macchie di boschi e uliveti che spaziano fino all’orizzonte; ricca di borghi, trulli, torri saracene, castelli, illuminata dall’intenso blu del mare, che l’Unesco ha premiato inserendo quattro siti, unici nel loro genere, nell’elenco dei beni patrimonio dell’Umanità.   Il Castel del Monte ad Andria, Patrimonio UNESCO fin dal 1996, costruito per volontà dell’imperatore Federico II di Svevia, fortezza a forma ottagonale, capolavoro unico dell’architettura medievale.   I Trulli di Alberobello, uniche e caratteristiche costruzioni in muratura a secco conosciute in tutto il mondo, inseriti nell’elenco nello stesso anno del Castel del Monte.   {IMAGE_0}{IMAGE_1} Il Santuario di San Michele Arcangelo sulle pendici del Gargano, uno dei santuari più importanti di tutta la Puglia, meta di pellegrinaggi di fedeli provenienti da tutto il mondo, inserito nel Sito seriale “I Longobardi in Italia” UNESCO nel 2011.   Ed infine le Faggete Vetuste della Foresta Umbra, entrata a far parte della prestigiosa lista nel 2017 nel Bene transnazionale “Antiche faggete primordiali”.   La Puglia è un luogo dove ogni viaggiatore, passeggiando per i vicoli dei centri storici, percepisce la ricchezza della storia e conserva nella propria memoria colori che non aveva mai visto così vivaci: il blu profondo del mare, il verde degli uliveti e vigneti, il rosso rubino dei pomodori maturi, l’oro del grano, il bianco candido del latte.   {IMAGE_2}{IMAGE_3} Le antiche tradizioni contadine, i culti della terra mescolati a quelli del mare, hanno creato, attraverso i secoli, uno straordinario mix di devozione popolare e di spettacolari percorsi di fede attorno a santuari, cattedrali, cammini dello spirito.   Tradizione, folklore, arte e spiritualità si susseguono in un ricco calendario di eventi emozionali da gennaio a dicembre: dagli eventi processionali pasquali della “Settimana Santa in Puglia”  alle feste patronali dei “Patroni di Puglia”; dalla magia del “Natale in Puglia“ ai “Cammini dell’Anima” della Via Francigena e dei luoghi di culto alle tipicità enogastronomiche.   Eventi e luoghi che offrono, ai viaggiatori in Puglia, un’esperienza unica ed indimenticabile sotto l’aspetto storico, artistico, culturale e antropologico, in cui vivere per scoprire quella che è la loro anima.  

I LUOGHI

Dal Gargano allo Ionio, tra bellezze nascoste, paesaggi incontaminati, riti arcaici e tradizoni, le comunità locali vi accoglieranno e vi accompagneranno alla scoperta di usi e costumi genuini, di culture materiali e immateriali dal valore inestimabile.   Un filo narrativo offertovi per scoprire l'animo più autentico della nostra terra, per un'esperienza di viaggio indimenticabile da vivere tutto l'anno. La rete degli esclusivi borghi di Pugliautentica.it invita ad un percorso di conoscenza che fissa nella memoria del viaggiatore il ricco patrimonio di memorie, di tradizioni popolari, di identità culturali, che ancora oggi caratterizzano fortemente la Puglia.   Sempre più amata dai turisti, la Puglia terra e mare stesa al caldo sole mediterraneo per buona parte dell’anno, terra di silenzi e di maestosità, abitata fin dall’epoca preistorica, conserva intatti I suoi gioielli nel silenzio delle terre popolate di ulivi e di trulli, avvolta da un mare che la lambisce su tutto il suo perimetro.   Menhir, dolmen, diffusi in tutta la regione, dalla Capitanata al Tavoliere dlla Terra di Bari al Salento e alla Magna Grecia testimonianze di una terra favorevole all’insediamento umano e alla convivenza fra popoli e di popoli di stirpe diversa. I Dauni, i Peucezi e i Messapi, con le loro misteriose stele, e con gli elaborati oggetti in metallo e ceramica che arricchiscono di incredibili tesori I tanti piccoli musei archeologici pugliesi.   {IMAGE_0}{IMAGE_1} La Puglia nasconde, nelle profondità del suo terreno carsico, un misterioso mondo sotterraneo di grotte marine, labirinti di stalattiti e chiese rupestri. Roccia carsica, cave e case di pietra, muretti a secco e nel centro, nel cuore della Puglia, il paradiso della Valle d’Itria, con il susseguirsi di campi, orti, mandorli e uliveti, vigneti e fitti boschi mediterranei in un miscuglio esplosivo di colori e odori.   Questa dorsale carsica che si estende da Nord a sud fin nel Salento è la Murgia. Terra di coloni provenienti dalle vicine coste della Grecia e luogo di insediamento romano e di campagne belliche scandite da episodi di tono epico, si alternarono, sul territorio pugliese, bizantini, longobardi e arabi, Bari divenne capoluogo di un dominio esteso sino alla Lucania e sottoposto all'autorità di un governatore bizantino, il catapano, di cui si ha ancora memoria nella toponomastica cittadina.   Terra di passaggio per commercianti, pellegrini e crociati diretti in Terra Santa, attecchirono in Puglia cultura e religiosità orientali, che lasciarono tracce durevoli nella religiosità, nel culto e nell'architettura locali.   {IMAGE_2}{IMAGE_3} La Puglia toccò l'apice nel progresso materiale e civile con Federico II di Svevia, che la volle sua terra d’elezione e a cui si deve la realizzazione di edifici laici e religiosi di alto valore artistico. Pianure costellate di campi di grano, di vigneti e di ulivi, primato nella produzione del grano e dell'olio fin dal medioevo, la Puglia divenne tramite degli scambi tra Roma e l'Oriente.   La sua vocazione agricola e allo stesso tempo la sua apertura verso le altre terre e gli altri popoli rimarrà costante tangibile nei suoi luoghi dove a lande pietrose di una solitudine metafisica si alternano lussureggianti campi coltivati e colline piene di boschi dell’Appennino Daunio; a cittadine dall’aspetto orientaleggiante la cui conformazione urbanistica reca i segni inequivocabili della cultura urbana araba si contrappongono le severe maestosità dei castelli e dei manieri come Castel del Monte, la grande fortezza dell’Imperatore Federico II e le imponenti cattedrali romaniche.   Avvolta come un isola da un mare cristallino che si infrange sulla frastagliata costa rocciosa e sulle spiagge sabbiose, domina, su tutto, il promontorio del Gargano a Nord, lo sperone d’Italia a cui fa eco il Salento a Sud.   Qui sulla punta più estrema dello stivale dove si incontrano il Mar Jonio e l’Adriatico, in un luogo chiamato “finis terrae” - fine del mondo - le diverse anime della Puglia affiorano come maschere in tutta la loro umanità agli occhi del viaggiatore e del visitatore attento, mentre su tutto vibra il ritmo incantatore del tamburello, la musica della Puglia. dott.ssa Lucia Avellis

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I PRODUTTORI

I Produttori

2023-06-05

Frantoio Paparella

All’ombra di ulivi secolari e nel cuore del Tavoliere di Puglia nasce nel 1891 il Frantoio Paparella a Barletta (bat). Un luogo in cui le radici e le tradizioni si intrecciano virtuosamente con l’innovazione nei processi di trasformazione e l’attenta selezione dei frutti migliori. Il Frantoio è attualmente dotato di 5 linee di estrazione e trasformazione che consentono di raggiungere una capacità di produzione pari a circa 200.000 tonnellate di olive per stagione. Gli investimenti per il miglioramento della qualità e della quantità di estrazione sono costanti e si concretizzano nell’implementazione di nuovi macchinari di anno in anno. Grande attenzione è destinata a tutte le fasi produttive, dalla raccolta delle olive allo stoccaggio dell’olio; durante tali processi l’oliva viene selezionata e seguita fino alla sua trasformazione in un prodotto di assoluta eccellenza, sotto l’attenta supervisione della proprietà e numerosi panel test tenuti da assaggiatori professionisti. {IMAGE_0}{IMAGE_1} L’olio extra vergine di oliva molito da Frantoio Paparella è estratto a freddo mediante metodi meccanici ed altamente innovativi ad una temperatura mai superiore ai 27°C, da olive italiane coltivate in Puglia. Le olive sono trasformate direttamente presso il frantoio entro massimo 12 ore dalla raccolta conservando perciò tutte le caratteristiche chimico-fisiche dell’olio ed evitando ossidazioni. Giunto al suo 130° anno, il Frantoio Paparella guarda al futuro con la fiducia di chi crede che la qualità sia l’unica scelta per un futuro più buono e sostenibile. Ad oggi i principali scarti di produzione ovvero la sansa e il nocciolino di sansa vengono utilizzati per alimentare parte del ciclo produttivo. Il Frantoio adotta l’approccio dell’economia circolare ed è impegnata nel realizzare una produzione ad impatto ambientale 0 in ottemperanza agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'Agenda 2030. L’olio extra vergine di oliva “LÓLIO Intenso Monocultivar Coratina” è l’essenza della tradizione, dei sapori e dello stile di vita pugliese. Ricavato dalla selezione accurata delle migliori olive della tipica cultivar pugliese denominata “Coratina”. “LÓLIO Intenso - Monocultivar Coratina” si presenta all’osservatore dal verace colore verde, come le olive dalle cui viene estratto. Al gusto mostra carattere ed eleganza, regalando e note intense e fruttate per dal retrogusto deciso e piccante. Il sapore amarognolo dell’olio extra vergine di oliva estratto dalla cultivar “Coratina” è indice dell’altissima concentrazione di polifenoli, potenti antiossidanti ed infiammatori. L’olio extra vergine di oliva “LÓLIO Fruttato” è una magica armonia di sapori e sentori di Puglia. Ricavato da una sapiente selezione di cultivar pugliesi come Peranzana, Coratina, Ogliarola e Leccino, LÓLIO Fruttato si presenta dal vivace colore verde esaltato da brillanti riflessi giallo intenso. LÓLIO Fruttato riesce a convincere tutti i palati. All’assaggio l’olio propone un bouquet fragrante e completo, dal carattere leggero ed equilibrato, caratterizzato da un basso contenuto di acidità.

I Produttori

2021-04-30

Azienda Agricola Iannone

Un paesaggio tipico della Murgia lievemente collinare, reso più brullo dai cammini delle lame carsiche che ne solcano il percorso. Siamo ad Acquaviva delle Fonti (ba), un piccolo borgo di Puglia che, come un antico prezioso mosaico, diletta i visitatori con le sue bellezze.   In questa zona che racchiude antiche masserie circondate dagli inimitabili muretti a secco, trulli e grotte sotterranee nasce nel 1996 l’Azienda Agricola Iannone che produce la Cipolla rossa e lo Sponzale rosso di Acquaviva delle Fonti affiancate dal Cece nero della Murgia Carsica, una triade di bontà che negli anni ha conquistato l’ambito Presidio Slow Food.   A condurci in questo viaggio che parla di produzioni tradizionali e incredibilmente territoriali è Vito Abrusci, responsabile dell’azienda agricola, che incontriamo direttamente in campo in una delle contrade che ospita la coltivazione della cipolla, dello sponzale e del cece nero seguendo i dettami dell’agricoltura biologica.   Si può parlare di un vantaggio autentico che tali zone offrono a questa tipologia di prodotti dovuta all’unicità della ricchezza biologica che impatta positivamente sul territorio. L’eccellente qualità dei terreni profondi, ricchi di potassio, ben drenati e aerati permettono a queste colture di nascere e crescere abbondanti, preservando tutte le incredibili caratteristiche organolettiche e benefiche contenute per natura.   La coltivazione e raccolta della cipolla rossa dell’azienda Iannone è manuale e il prodotto si contraddistingue per la forma appiattita e un peso difficili da replicare. In questo ortaggio si distingue chiaramente il colore esterno che richiama una palette di nuance bellissime che vanno dal rosso al magenta quasi viola per poi mostrare l’interno rosa pallido che sfuma verso il bianco. {IMAGE_0}{IMAGE_1} Il sapore dolce e il profumo intenso rendono la Cipolla rossa perfetta per il consumo fresco o come prodotto trasformato. Parlando di cipolla rossa non possiamo non citare lo sponzale, cioè il bulbo che nasce per riproduzione dalla cipolla matura. L’azienda lo coltiva secondo metodi tradizionali e lo sponzale, anche detto sponsale, mantiene intatto il sapore delicato e leggero della cipolla.   Un ortaggio antico il cui nome di origine latina rievoca la focaccia che veniva consumata durante la sponsàlia, la cerimonia che celebrava i futuri sposi. Pensare che il vece nero della Murgia Carsica sia andato nello spazio è qualcosa che lascia stupiti. Il cece spaziale, in tutti i sensi, è stato scelto per le sue incredibili proprietà per la zuppa dell’astronauta Samantha Cristoforetti.   È diverso dagli altri legumi per il colore scurissimo e la forma uncinata e rugosa. Già noto nell’Ottocento, Vito ci spiega che il Cece nero è da sempre stato l’elemento cardine dell’alimentazione agricola in sostituzione della carne, all’epoca alimento appannaggio solo delle famiglie abbienti.   La “carne dei poveri”, così chiamato un tempo il legume, è gradevole e ricchissimo di fibre e ferro. Un cibo contadino che apre le porte di un territorio meraviglioso.      

I Produttori

2021-04-30

Puglia Sapori

Se dovessimo scegliere che forma dare alla Puglia probabilmente opteremmo per la classica e sinuosa rotondità del tarallo. Simbolo della nostra gastronomia più antica, di una consuetudine che attraversa i secoli, è sul tarallo che si fonda la storia dell’azienda Puglia Sapori.   Siamo a Conversano (ba), gioiellino architettonico con un borgo antico tra i più belli della regione. Nata negli anni Novanta, l’azienda a conduzione famigliare Puglia Sapori ha mosso i primi passi nel settore della pasticceria tipica locale, per poi approdare nel 2000 alla produzione di gustosi snack salati.   La nostra guida è Roberto Renna, direttore operativo dello stabilimento che sorge, insieme alle altre aziende adiacenti, a metà tra la città e l’aperta campagna, quasi a voler testimoniare un legame diretto con la natura e le sue bontà. L’abilità con cui Puglia Sapori coniuga il sapore degli snack con il rispetto per la tradizione è il loro marchio di fabbrica.   Pochi - ma di qualità - sono gli ingredienti dei tarallini, segno di una filosofia imprenditoriale che in tutti questi anni ha voluto tener viva la versione casereccia dei prodotti da forno. Un’azienda che ha adattato la propria produzione alla ricetta originale e che, al di là delle materie prime, rispetta la preparazione in ogni suo punto.   Non è un caso che Puglia Sapori sia una delle poche aziende che prevede la bollitura del tarallo, proprio come si era soliti fare nelle case e nei panifici di un tempo. Come ci spiega Roberto, questo è un passaggio fondamentale per preservare la fragranza e la consistenza del prodotto, sebbene questo incida sulla lunghezza dei tempi di produzione. {IMAGE_0}{IMAGE_1} La continua ricerca della perfezione organolettica, mixata alla croccantezza tipica del tarallo, porta Puglia Sapori a produrre una vasta gamma di specialità buonissime e davvero sfiziose. La Linea Classica offre - tra i tanti -  taralli ai semi di finocchio, semplici con olio extra vergine di oliva, ai multicereali, al peperoncino, alla pizza e alla cipolla o la versione Multipack, per non restare mai senza il proprio snack.   L’attenzione alla salute è tra i temi centrali dello sviluppo dei prodotti di Puglia Sapori. Per questo il marchio ha investito in ricerca e sviluppo, proponendo accanto alla linea Classica anche una Gluten free e Biologica. Ce n’è per tutti i gusti nella Linea Bio. Si può scegliere tra tarallini ai multicereali, per un prodotto non solo buono ma anche leggero, tarallini al farro e specialità con grano duro Senatore Cappelli, tutti preparati con olio extra vergine di oliva e senza lievito.   “Buoni anche senza” è il motto della linea Gluten free che ha uno stabilimento dedicato e una ricetta sviluppata in collaborazione con l’Università di Bari. Lo scopo era di trovare il giusto mix di farine senza glutine che lasciasse inalterato il sapore del classico tarallo.   E Puglia Sapori ci è riuscita, proponendo al consumatore taralli al grano saraceno, con farina di quinoa, integrale o di legumi.   Buoni e piacevoli, per una pausa gustosa in cui il sapore di Puglia si avverte già dal primo morso.    

I Produttori

2021-04-30

Casa Milo

Quando si pensa alla Puglia non si può non menzionare sua maestà la pasta. Simbolo di famiglia, allegria e convivialità è tra le cose che meglio ci rappresenta nel mondo. In fatto di pasta ci distinguiamo da sempre, come ci insegna l’azienda pugliese CASA MILO.   La storia inizia nel 1870 a Bitonto, città che incanta per le bellezze del centro storico e delizia per la bontà del suo olio extra vergine di oliva. È una storia di famiglia e passione, di duro lavoro e coraggio, ma è anche una storia di rispetto e fiducia. Casa Milo da ben quattro generazioni è tra gli ambasciatori di Puglia nel settore food.   Un percorso iniziato prima con l’olio e poi seguito dalla pasta e i prodotti da forno, la cui creazione è subentrata definitivamente nel 1994. In tutti questi anni Nicola Milo, presidente dell’azienda, affiancato dai quattro figli Giuseppe, Marida, Saverio e Giovanni, ha investito costantemente per offrire al consumatore prodotti di qualità lavorati nel rispetto della tradizione italiana più autentica e genuina.   Qualità che si esprime anche nella ricercatezza delle materie prime, elementi imprescindibili per ottenere un prodotto finale straordinario. Questa loro filosofia si materializza attraverso il patto stretto con Coldiretti per creare un prodotto interamente pugliese realizzato con grani duri selezionati, nel pieno rispetto della terra e di chi la coltiva.   Un vero e proprio atto di amore per la madre terra, per i suoi cicli naturali e per quelle braccia vigorose che la accudiscono e la lavorano. Un “semplice” pacco di pasta Milo racchiude un mondo in cui coesistono rigogliosi campi di grano baciati dal sole, il vento salubre e una tradizione contadina millenaria. {IMAGE_0}{IMAGE_1} La pasta secca 100% Filiera Puglia è fatta di grano decorticato a pietra e ingredienti naturali e di qualità che le consentono di essere porosa, ruvida e tenace per trattenere ogni condimento. Disponibile in tantissime specialità realizzate solo con trafile al bronzo, questa categoria include anche la linea Caserecce che propone tutti i formati regionali ispirati alle antiche tecniche della pasta fatta in casa.   La pasta fresca all’uovo 100% grano di Puglia è un tipo di pasta che invita il consumatore a toccarla, prima di assaggiarla. Quando si osserva la pasta di Casa Milo è difficile non pensare alla versione casalinga delle nostre nonne. Il giallo intenso delle tagliatelle, delle fettuccine, delle pappardelle o delle lasagne è accompagnato da un profumo che sa di lunghe tavolate e convivialità familiari.   Una linea della produzione di Casa Milo è dedicata anche ai prodotti da forno, in cui il rispetto per l’artigianalità è l’elemento preponderante. Taralli, mini grissini e bruschette con olio EVO sono i sostitutivi del pane perfetti in ogni momento della giornata per ristorarsi con sapori fragranti e irresistibili o per creare abbinamenti creativi per aperitivi speciali.   Tradizione, innovazione, sostenibilità e affidabilità. Tutti valori perfettamente incarnati da Nicola Milo e dai suoi quattro figli, che portano al consumatore la Puglia più buona e autentica sotto forma di pasta e prodotti da forno.          

I Produttori

2023-06-05

Frantoio Paparella

All’ombra di ulivi secolari e nel cuore del Tavoliere di Puglia nasce nel 1891 il Frantoio Paparella a Barletta (bat). Un luogo in cui le radici e le tradizioni si intrecciano virtuosamente con l’innovazione nei processi di trasformazione e l’attenta selezione dei frutti migliori. Il Frantoio è attualmente dotato di 5 linee di estrazione e trasformazione che consentono di raggiungere una capacità di produzione pari a circa 200.000 tonnellate di olive per stagione. Gli investimenti per il miglioramento della qualità e della quantità di estrazione sono costanti e si concretizzano nell’implementazione di nuovi macchinari di anno in anno. Grande attenzione è destinata a tutte le fasi produttive, dalla raccolta delle olive allo stoccaggio dell’olio; durante tali processi l’oliva viene selezionata e seguita fino alla sua trasformazione in un prodotto di assoluta eccellenza, sotto l’attenta supervisione della proprietà e numerosi panel test tenuti da assaggiatori professionisti. {IMAGE_0}{IMAGE_1} L’olio extra vergine di oliva molito da Frantoio Paparella è estratto a freddo mediante metodi meccanici ed altamente innovativi ad una temperatura mai superiore ai 27°C, da olive italiane coltivate in Puglia. Le olive sono trasformate direttamente presso il frantoio entro massimo 12 ore dalla raccolta conservando perciò tutte le caratteristiche chimico-fisiche dell’olio ed evitando ossidazioni. Giunto al suo 130° anno, il Frantoio Paparella guarda al futuro con la fiducia di chi crede che la qualità sia l’unica scelta per un futuro più buono e sostenibile. Ad oggi i principali scarti di produzione ovvero la sansa e il nocciolino di sansa vengono utilizzati per alimentare parte del ciclo produttivo. Il Frantoio adotta l’approccio dell’economia circolare ed è impegnata nel realizzare una produzione ad impatto ambientale 0 in ottemperanza agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'Agenda 2030. L’olio extra vergine di oliva “LÓLIO Intenso Monocultivar Coratina” è l’essenza della tradizione, dei sapori e dello stile di vita pugliese. Ricavato dalla selezione accurata delle migliori olive della tipica cultivar pugliese denominata “Coratina”. “LÓLIO Intenso - Monocultivar Coratina” si presenta all’osservatore dal verace colore verde, come le olive dalle cui viene estratto. Al gusto mostra carattere ed eleganza, regalando e note intense e fruttate per dal retrogusto deciso e piccante. Il sapore amarognolo dell’olio extra vergine di oliva estratto dalla cultivar “Coratina” è indice dell’altissima concentrazione di polifenoli, potenti antiossidanti ed infiammatori. L’olio extra vergine di oliva “LÓLIO Fruttato” è una magica armonia di sapori e sentori di Puglia. Ricavato da una sapiente selezione di cultivar pugliesi come Peranzana, Coratina, Ogliarola e Leccino, LÓLIO Fruttato si presenta dal vivace colore verde esaltato da brillanti riflessi giallo intenso. LÓLIO Fruttato riesce a convincere tutti i palati. All’assaggio l’olio propone un bouquet fragrante e completo, dal carattere leggero ed equilibrato, caratterizzato da un basso contenuto di acidità.

I Produttori

2021-04-30

Fiume

Era l’inizio degli anni Sessanta quando Vittorio Fiume in un piccolo laboratorio artigianale faceva i primi esperimenti sui liquori e il latte di mandorla.   Animato da una passione per la sua Puglia, all’epoca probabilmente ignorava che quei suoi tentativi artigianali si sarebbero trasformati nel tempo in un brand pugliese conosciuto in tutto il mondo. La storia del brand Fiume è una storia che parla d’amore.   Amore per la Puglia, per le erbe, le spezie e gli infusi. Collocato nella zona industriale di Putignano, cittadina famosa per l’antico Carnevale, lo stabilimento Fiume oggi produce bevande molto apprezzate nel settore della liquoristica e degli analcolici.   I liquori a marchio Fiume comunicano il legame con il territorio, a cominciare dalle materie prime. Come ci spiega Caterina Fiume, figlia di Vittorio e responsabile ricerca e sviluppo del marchio, tra i primi liquori che portano la firma di suo padre c’è l’ "Elisir dei Trulli", il cui nome evoca una pozione miracolosa e stupisce per il sapore avvolgente delle note alcoliche e aromatiche.   Cioccolato, rum, nocciola e caffè sono alcuni dei sentori dell’Elisir dei Trulli, che offrono al consumatore un viaggio sensoriale che delizia il palato con sapori caldi e intensi. L’ "Amaro Pugliese", celebre coetaneo dell’Elisir dei Trulli, è famoso perché trasmette pugliesità non solo nel nome ma anche nella scelta delle materie prime.   E così nella Teriaca Officinale dell’Amaro Pugliese scopriamo la menta, il finocchietto, la salvia, il carciofo, gli agrumi e così via. Tutte materie prime provenienti dal territorio, trasformate per creare un amaro che parla di consuetudini e memoria collettiva.   Mentre ci racconta dell’Amaro Pugliese, Caterina estrae una cassettina con alcune delle erbe utilizzate. E così, accanto alla menta, pianta erbacea autoctona, notiamo la China Succirubra che viene invece dall’Ecuador, il Rabarbaro, tipico della Cina e il Quassio della Jamaica. Ed è incredibile come un solo liquore possa contenere intere porzioni di mondo pur restando legato alla tradizione. {IMAGE_0}{IMAGE_1} Tradizione che si esprime anche nel "Limoncello", prodotto secondo l’antica ricetta della nonna di Caterina e che sugella un piccolo segreto tramandato di generazione in generazione. Restando sul versante delle bevande alcoliche, l’ "Amarum" è un’altra creazione a marchio Fiume che mixa territorialità e influenze internazionali.   Nell’Amarum il rum giamaicano sublima l’infuso di spezie e noci locali. Un amaro talmente pregiato da essere riconosciuto al SIAL di Parigi del 2008 come uno dei 100 prodotti più innovativi, e premiato al Roma Bar Show del 2020 per saper valorizzare al meglio le eccellenze del territorio.   Per coloro che non amano gli alcolici c’è un’alternativa decisamente gustosa. È il "Latte di Mandorla", nato come sciroppo, ora anche nella deliziosa versione pronta da bere, Mandorlè, e che viene prodotto per estrazione utilizzando solo ed esclusivamente mandorle dolci pugliesi.   L’ennesimo tratto di attaccamento alle proprie origini di un brand che, con un piede nella Puglia e uno nel mondo, porta le sue bevande oltre i confini nazionali.        

I Produttori

2022-12-07

A mano libera

Una storia che ha le sue radici lontano nel tempo, perché lontano ha sempre saputo guardare Don Riccardo Agresti: bastano una masseria e tante mani che chiedono solo di essere impiegate per qualcosa di buono. I taralli di “aMano Libera” nascono così, grazie a al progetto della Diocesi di Andria “Senza Sbarre”.   Siamo nelle campagne andriesi, si gode di un bellissimo panorama, con Castel del Monte che si staglia sullo sfondo, simbolo di una Puglia antica e vera. Qui si trova la masseria fortificata San Vittore.   San Vittore è diventato un luogo di riabilitazione e reinserimento per decine di detenuti ed ex detenuti con i suoi dieci ettari di terreno. I colori vivaci della frutta, le fragranze dell'orto, il suono del vento che passa tra i rami degli ulivi sono accessori al profumo che proviene dalle cucine.   Don Riccardo ci racconta che il progetto "Senza sbarre" e la cooperativa "aMano Libera" producono taralli artigianali con materie prime naturali di qualità e a km 0. Il vero fatto a mano, perché non ci sono macchine industriali a dare forma ai taralli ai cereali in quel momento sono in lavorazione: le mani indaffarate e abili degli operatori si muovono con precisione sui banconi e dispongono sulle teglie quelle forme tondeggianti di amore puro.   Oltre al classici taralli ai semi di finocchio, sono state affiancate varietà gustose, come la già citata ai cereali, per passare a quella con i pomodori secchi, che coniugano uno dei sapori più identificativi del territorio pugliese con un un prodotto tipico, e i taralli al Nero di Troia: solitamente i taralli si impastano con vino bianco, mentre qui si sceglie uno dei vitigni del territorio più acclamati.   Il profumo che proviene dal forno si diffonde in tutti i locali dedicati alla produzione, che parte dagli impasti ottenuti con farine locali di qualità. La forma è data rigorosamente a mano e dopo si passa la bollitura, terminata la quale i taralli finiscono nel forno, autore di quei profumi che si assaporano ben prima di entrare nella struttura.   “aMano Libera” nasce come misura alternativa al carcere, che dona speranza, nuove prospettive ai suoi operatori, ma anche prodotti della tradizione di qualità per tutti i golosi del mondo.   Il ricavato dalla vendita dei taralli torna in circolo, reinvestito per dare possibilità di riscattarsi anche ad altre persone che hanno visto sul loro percorso il carcere.  

I Produttori

2021-04-30

Gargano Delizie

È chiamata la Perla del Gargano ed è un meraviglioso borgo che sorge su una rupe che si affaccia sul mare cristallino baciato dalla sabbia bianca e abbracciato da grandi scogli.   Siamo a Peschici e in questo incredibile paesaggio che profuma di salsedine e vegetazione mediterranea nasce GARGANO DELIZIE®, un liquorificio artigianale che racconta il territorio attraverso i suoi prodotti.    Avviato nel 2002 da Michele e Patrizia Caputo, i coniugi hanno da subito improntato la loro produzione sulla qualità e artigianalità, riuscendo a dare forma a creazioni uniche. Varcata la soglia del piccolo laboratorio, siamo subito attratti dalle cisterne che contengono i buonissimi infusi e allietati dal contagioso entusiasmo di Michele e Patrizia per il loro lavoro.   La produzione si trova a Ischitella, cittadina a pochi chilometri da Peschici, mentre il punto vendita è nel centro storico di Peschici, in una zona che pullula di botteghe del gusto colme di bontà locali. Il negozietto di Peschici ospita anche altre specialità del territorio e della gastronomia della tradizione, come confetture, conserve, patè e tanto altro, offrendo un paniere di prodotti che rispecchia pienamente la nostra cultura in materia di cibo. {IMAGE_0}{IMAGE_1} Raccontare un territorio con le sue peculiarità, tramandarne le tradizioni e scovarne il patrimonio culturale è una bella impresa. Ogni liquore di Gargano Delizie (sono circa quaranta le specialità) nasce dallo studio delle ricette tradizionali della zona, ma anche e soprattutto da un’attenta e scrupolosa ricerca delle materie prime lavorate secondo metodi artigianali e casalinghi tipici dei nostri antenati. Michele e Patrizia ci parlano del loro prodotto di punta, l’ "Amaro della Suocera", un elisir dolce del 1900 conosciuto anche come lo “cherry delle nonne”.   L’Amaro della Suocera è realizzato con vino Primitivo locale e succo di amarene e a svelarne gli antichi segreti è stato un loro zio novantenne. Patrizia, poi, ci racconta anche dell’ "Amico", altro liquore molto apprezzato dedicato ai clienti e pensato per festeggiare i diciotto anni di attività.   L’idea è scaturita da un ricordo d’infanzia della donna che, incuriosita, osservava suo nonno immergere un pezzo di pesca in un bicchiere di vino. L’ "Amico" infatti, è realizzato con vino Falanghina IGP e pesche del Gargano, ed è un elisir in cui la bontà della frutta è esaltata dalla gradazione alcolica. In questo laboratorio a conduzione famigliare non ci lasciano indifferenti altri due prodotti: il "Lemolivo", un lemoncino realizzato con scorze di arancio locale e foglie di ulivo messe in infusione col suo colore verde che ricorda un’oliva, e la birra artigianale "Gargano’s", sviluppata su una ricetta di Michele e Patrizia che prevede, tra gli altri ingredienti, bucce di arance amare del Gargano.   Un prodotto che narra il territorio già dalla sua etichetta: una perla che si schiude col trabucco sullo sfondo e gli agrumi che incorniciano la bellezza della Perla del Gargano.

I Produttori

2022-02-01

Masseria Liuzzi

Lungo il sentiero che attraversa l'affascinante paesaggio naturale del Parco Naturale Regionale "Terra delle Gravine" si arriva a Mottola, un comune in provincia di Taranto chiamato “Spia dello Ionio” per la sua panoramica posizione geografica che abbraccia tutto il golfo di Taranto e lo splendido mar Ionio con un territorio ricco di gravine naturali e villaggi rupestri, in questo paesaggio incantevole s'incontra una realtà genuina dedita alla produzione di vino e di grano. Si tratta di Masseria Liuzzi sita in contrada Marinara, che si arricchisce di un punto vendita in via Risorgimento a Mottola.   Un connubio di passione, impegno e spirito di sacrificio, che vede protagonisti Marcello Latorrata e Barbara Lattarulo. La coppia, che ha ereditato l'attività dalla famiglia Latorrata, porta avanti, giorno dopo giorno, una tradizione che si tramanda da quattro generazioni.   Tutto è nato più di un secolo fa con un nome diverso, "I Casidd d Liuzzi", a indirizzo cerealicolo - zootecnico. La metamorfosi in Masseria Liuzzi avviene con il passaggio alla produzione viticola su un terreno prevalentemente calcareo che si estende per 10 ettari all'incirca. La qualità dei prodotti è garantita anche dall’altitudine di circa 270 metri sul livello del mare, da una buona escursione termica tra giorno e notte e da un’adeguata ventilazione.   Il vino di Masseria Liuzzi è un prodotto che rispecchia pienamente il territorio pugliese: i vigneti si trasformano in uva da vino con un processo naturale. Il risultato è un primitivo dal sapore inconfondibile, trattato in purezza. Siamo di fronte a una delle poche aziende in Puglia a trattare in purezza anche il rosato, che da Masseria Liuzzi è un primitivo a tutti gli effetti, in quanto preserva lo stesso grado alcolico del primitivo rosso. {IMAGE_0}{IMAGE_1} A rendere unici i vini dell'azienda di Mottola sono anche i nomi presenti sulle etichette. Prodotti che si raccontano da soli. Partendo dai primitivi, si trovano il "Marnera", che richiama in dialetto la contrada Marinara, che letteralmente vuol dire "terra coperta dal mare", il "Tuppétt", che deve il suo nome a una piccola collinetta della Masseria Liuzzi dove le viti sormontano le proprietà.   L''ultimo di quest'elenco è il "Rosasso", la cui denominazione deriva dall'incontro tra il colore del rosato e il suolo calcareo su cui si estendono le vigne, in cui si trovano fossili marini ogni volta che ci sono arature o spostamenti del terreno.   A questi si aggiungono lo "Scinò", un malvasia nera il cui nome è la fusione del vitigno malvasia e della parola malvagia, un riferimento a quella magia che in Puglia si collega subito al cosiddetto “affascino” e, per chiudere in bellezza, il "Bolloro", un fiano che omaggia Federico II di Svevia, amante del fiano che emanò a Rimini la Bolla d'Oro nel lontano 1235.   Altrettanto caratteristica la produzione di grano, che avviene nella piena cura di ciascuna delle sue fasi. Dopo le arature periodiche, la semina e la mietitura, il grano viene portato in un pastificio di Matera, dove nascono i formati tradizionali che si trovano nel punto vendita della Masseria Liuzzi. Cavatelli e orecchiette sono ai primi posti sugli scaffali rigorosamente pasta trafilata al bronzo utilizzando la farina "Senatore Cappelli".    A seconda delle condizioni del terreno, poi, la produzione dell'azienda si dedica periodicamente anche ai legumi, specialmente ai ceci.   Nel caratteristico paesaggio della cittadina pugliese, fatto di gravine naturali e villaggi rupestri, si trova l'anima di Masseria Liuzzi che tra querce, uilivi e grano, rappresenta l'anima della Puglia.